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venerdì 18 marzo 2011

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio?

Benvenuti nella Quaresima. In questi anni ho imparato ad amare questa stagione spirituale, ad attenderla, a salutarla di volta in volta con rinnovato ardore. Un po' perché trovo motivo di pentirmi della lontananza da Dio; un po' perché mi sento chiamato a una maggiore attività, con gli impegni e i cosiddetti "fioretti" che rimarcano la preminenza di Dio nella mia vita. Ed è questo concetto di attività che costituisce il fulcro della preghiera di oggi.

Mi cercano ogni giorno,

bramano di conoscere le mie vie,

come un popolo che pratichi la giustizia

e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio;

mi chiedono giudizi giusti,

bramano la vicinanza di Dio:

"Perché digiunare, se tu non lo vedi,

mortificarci, se tu non lo sai?".

Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,

angariate tutti i vostri operai.

È forse questo il digiuno che bramo,

il giorno in cui l'uomo si mortifica?

Piegare come un giunco il proprio capo,

usare sacco e cenere per letto,

forse questo vorresti chiamare digiuno

e giorno gradito al Signore?

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:

sciogliere le catene inique,

togliere i legami del giogo,

rimandare liberi gli oppressi

e spezzare ogni giogo?

Allora invocherai e il Signore ti risponderà,

implorerai aiuto ed egli dirà:"Eccomi!"

Se toglierai di mezzo a te l'oppressione,

il puntare il dito e il parlare empio,

se aprirai il tuo cuore all'affamato,

se sazierai l'afflitto di cuore,

allora brillerà fra le tenebre la tua luce,

la tua tenebra sarà come il meriggio.

Is, 58, 2-3.5-6.9-10



La Quaresima ci pone di fronte alla sfida di contenere questa luce, l'Amore di Dio, all'interno di questo nostro corpo, di questa nostra vita. Mentre andiamo a lavoro, mentre subiamo insuccessi, mentre veniamo trattati ingiustamente, mentre siamo soli, nostalgici, assetati di vita, insoddisfatti; soprattutto, mentre pregare ci risulta difficile, mentre Dio pare come una montagna azzurrina, e noi siamo giù, in pianura, cercando il sentiero.


A volte aiuta vedere le cose sotto un'altra prospettiva. Ad esempio, nel lessico di un'altra lingua. Nelle omelie del mese scorso è tornata spesso questa parola: vergeben, Vergebung - perdonare, perdono. "Perdono" dal latino è un po' come dire "gran dono", perché "per-" è un rafforzativo: si pensi alle parole italiane "perfetto", "perdurare", "perorare", tutte di etimo latino. Anche geben in tedesco significa "dare". Ma ver- non è un rafforzativo: piuttosto denota la forza impressa a un atto allo scopo di determinare un cambiamento. Es. verschieben, rimandare (ver- + "spingere"); verändern, modificare (ver- + cambiare); verkraften, prevalere; (kraft significa "forza"); e persino verstehen, mettersi nei panni altrui, dunque capire. Insomma vergeben è dare, ma in modo diverso, impegnativo, imprimere a una relazione una forza tale da cambiarne il corso.


È questa la cifra dell'amore cristiano. L'attività di questo amore. Il perdono cristiano non è un lasciar perdere il torno subito, bensì il superare (appunto verkraften!), con il proprio amore, quel che la natura ci pone dinanzi: la rabbia, l'orgoglio, la vendetta. Amare tua moglie da cristiano significa anticipare i suoi bisogni, capire le sue ansie piuttosto che replicare ai suoi rimbrotti. Come Cristo ha amato la chiesa. Una vita cristiana non può essere una tranquilla vita borghese, fatta di dolcetti al pranzo domenicale e bollettini di beneficienza; deve bensì portare quella scintilla che ha spinto Gesù a non avere un luogo dove posare il capo, a proclamare la liberazione dei prigionieri, un vento dello Spirito insomma che imprime un'impronta nella terra che calpestiamo - qualunque sia la nostra occupazione e condizione di vita.


La Quaresima è proprio il momento ideale per rimettersi in cammino. Da un lato, nell'intraprendere il digiuno come Isaia comanda, ci impegnamo, con un esercizio ascetico, a una revisione di vita. Dall'altro, e questo è il lato dolce di questo momento, ci mettiamo nella condizione di ricevere il perdono - die Vergebung - da parte di Dio stesso, in quanto ci riconosciamo peccatori e cerchiamo attivamente il deserto per incontrare Dio, che parla non nel frastuono dell'incendio, ma nel sussurro del vento leggero. Questa è la mistica della Quaresima: disporci a ricevere la grazia di Dio, che è causa efficiente del cambiamento del nostro cuore e della nostra vita.


Questo è proprio quello che ha fatto Gesù: fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Questa Quaresima è per Gesù il momento che precede un grande passo: l'inizio della vita pubblica. Ed è il momento che succede al battesimo presso il Giordano. Gesù ha ricevuto l'investitura del Padre - questi è il mio figlio diletto: ascoltatelo - e compie un ritiro programmatico per la sua predicazione, nel corso del quale Egli, vero uomo, esemplarmente affronta tentazioni che in verità riguardano ogni uomo, in ogni momento della vita. Sono narrate come un episodio, ma Gesù terrà sempre fede alle scelte che compie nel deserto. A fronte delle esigenze terrene, Egli decide per Dio - non di solo pane... A fronte del potere, della leadership, della ricchezza, Dio è sempre al primo posto - a lui solo presterai culto. La più insidiosa, nel campo spirituale, una falsa mistica, di chi si "affida" a Dio in modo calcolatorio - non tenterai il Signore Dio tuo.


A questo siamo chiamati: ad adorare Dio, più dei nostri obbiettivi professionali, della vita che desideriamo, di una casa di tot mq, di un salario di tot k€.

Queste scelte di Gesù si sono tradotte in modo lampante nella promessa che Dio ha fatto tramite Isaia:

allora brillerà fra le tenebre la tua luce,

la tua tenebra sarà come il meriggio.

e voglia Dio concedere anche a noi, in questa Quaresima, in questi giorni, oggi, la decisione e soprattutto la Grazia per trasformare la nostra vita secondo la Sua volontà.


Signore,

ho imparato ad amare questo deserto, ho imparato a coltivare la speranza di trovarti in esso. Sempre ti domando chiarezza, e di conoscere le tue vie e la tua volontà, eppure quanto lontano sono dalle tue vie persino nei rapporti con coloro che incontro ogni giorno, e quanto la serenità di chi confida nella tua Provvidenza mi è sconosciuta! Ma non è tardi, Padre, per venire e discutere, e se i miei peccati sono come porpora, diventeranno come lana; gusterò e vedrò quanto è buono il Signore; e l'acqua che tu mi darai diventerà in me sorgente di vita eterna. Amen.

venerdì 12 marzo 2010

Perchè voglio annunciare il vangelo?

Gesù, perchè voglio evangelizzare, annunciare la Buona Novella del Regno?
Perché voglio dedicare tutta la mia vita a diffondere il tuo Vangelo fino ai confini della Terra?
Perché voglio predicare il Vangelo di Gesù di Nazareth e consacrare me stesso alla preghiera e al Ministero della Parola?
Perché evangelizzare e a che pro?

Perché io voglio
portare il lieto annunzio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri... (Is 61, 1) Così che i ciechi ricuperino la vista, gli storpi camminino, i lebbrosi siano guariti, i sordi riacquistino l'udito, i morti risuscitino, ai poveri sia predicata la buona novella... (Mt 11,5)

Perché desidero cambiare l'odio in amore, la tristezza in gioia, l'angoscia e la disperazione in ottimismo e speranza, la malattia e la morte in vita e resurrezione. Perché sono ansioso di vedere la luce sorgere sui visi adombrati, e sui tanto numerosi cuori afflitti che giacciono all'ombra della morte. Perché voglio dare una direzione e un significato alle tante vite paralizzate, vite annoiate, in letargo, piene di dubbi e di sospetti, vuote e rotte da complessi disabilitanti.
Perché vedo il bisogno urgente che il Vangelo raggiunga i confini della terra; per rompere le catene degli schiavi, rotti e oppressi da mancanza di cultura, fede, persino cibo e riparo.

Io voglio iniettare il mio stesso sangue in quelli che, in questo delirio, rinunciano alla vita e si seppelliscono vivi con le loro stesse mani. E gridare a tutti loro con la voce potente del Vangelo: "Alzati e cammina [vivi]!"
Sento una passione di dare il Vangelo, vivo e crudo, ai giovani inquieti e ribelli, i quali, insoddisfatti e non disposti a conformarsi, protestano contro ogni cosa. Voglio dar loro la spada della Verità come loro difesa e corazza. E a quelli tra loro che rinunciano alla vita voglio gridare con la voce potente del Vangelo:"Giovane, alzati!". Un bel paesaggio è pronto per nascere, orizzonti radianti luce e speranza, nuovi cieli e nuova terra, non appena la Buona Novella avrà raggiunto questi giovani e informato le loro vite.

Io credo sinceramente che non sia nè una fantasia nè una riflessione distante, dal momento che vedo i campi maturi per il raccolto.
Perché evangelizzare?

Perché desidero che le famiglie godano il calore di una casa piena d'amore, piuttosto che l'atmosfera da cimitero, priva ormai finanche delle braci morenti di un amore creativo e fruttifero, di intimità, affetto, cura reciproca, spontaneità e gioia.
Non posso smettere di proclamare la Buona Novella della liberazione, per salvare le vite di milioni di bambini che vedo distrutte e annullate non appena vedono la luce o addirittura mentre ancora giacciono nel grembo materno.
Sono obbligato ad annunciare la Buona Novella del Regno di Dio, Regno di pace e giustizia, Regno di vita e amore, a fermare la guerra senza tregua tra razze e nazioni, i dolorosi conflitti tra figli e genitori.
Allora, i loro figli saranno come virgulti d'ulivo intorno alla loro mensa, e i loro cuori traboccherano di maggior gioia di quando abbondano vino e frumento. Sento il bisogno di dare la mia vita e versare il mio sangue per tutte le persone allo stesso modo, senza distinzioni di sesso, razza e ceto sociale.


Gesù, soltanto il tuo Vangelo possiede la forza e il potere necessari a trasformare la miseria che oggi corrompe questi ambienti nell'energia che genera vita abbondante. Io so che col Vangelo la luce del giorno penetrerà in molte casa in precedenza buie.

Ecco perché posso affermare, senza tema di presunzione, o che si tratti di una teoria astratta e irragionevole, che evangelizzare è per me un dovere e un diritto, una gioia e una dedizione completa e ormai irreversibile, poichè mi sarebbe impossibile lasciarla: sarebbe per me come rinunciare a vivere e rinunciare al fatto che i miei fratelli e le mie sorelle possano avere vita e averla pienamente.
Accompagnami, Maria, con il tuo più tenero, materno amore, così che la mia consacrazione alla Parola di Dio vivente e il mio predicarla sia una continua propagazione della Vita di Dio per tutte le generazioni.
Amen

Padre Jaime Bonet, fondatore della Fraternità Missionaria Verbum Dei



WHY DO I WANT TO EVANGELISE?

Jesus, why do I want to evangelise, to announce the Good News of the Kingdom? Why do I want to dedicate the whole of my life to spread your Gospel to the ends of the earth? Why do I want to preach the Gospel of Jesus of Nazareth and consecrate myself to prayer and the Ministry of the Word?

Why evangelise, and for what?

Because I want to “...to bring the news to the afflicted, to soothe the broken-hearted,to proclaim liberty to captives, release to those in prison...” (Is 61:1-2). So that “the blind see again, and the lame walk,those suffering from virulent skin-diseases are cleansed, and the deaf hear, the dead are raised to lifeand the good news is proclaimed to the poor...” (Mt 11:4-6).

Because I long to change hate into love, sadness into joy, anguish and despair into optimism and hope, sickness and death into life and resurrection. Because I am eager to see light dawn on gloomy faces, and into so many mournful hearts that lie in the shadow of death. Because I want to give direction and meaning to so many paralysed lives, lives that are bored and lethargic, with doubts and suspicions, empty and broken by disabling complexes.

Because I see the urgent need for the Gospel to reach to the ends of the earth; to break the chains of those enslaved, crushed and oppressed by lack of culture, faith, even food and shelter. I want to inject with my own blood those who, in this delirium, renounce life and bury themselves alive.

And shout to them all with the powerful voice of the Gospel “Get up and live!” I feel a passion to give the Gospel, alive and raw, to restless and rebellious young people who, dissatisfied and unconforming, protest against everything. I want to give them the sword of the Truth as their defence and armour.


And to those of them, who renounce on life I want to shout with the powerful voice of the Gospel “Young person, get up!”

A beautiful landscape is ready to be born, horizons radiant with light and hope, a new heaven and a new earth,
when the Good News reaches this youth and informs their lives.

I sincerely believe that it is not a fantasy nor a distant contemplation seeing the fields ripen for the harvest.
Why evangelise?

Because I long for families to enjoy the warmth of a loving home, instead of the atmosphere almost of a cemetery, without even the embers of a fruitful and creative love, intimacy, affection, care, spontaneity and joy.

I can't stop proclaiming the Good News of liberation in order to save the lives of millions of children whose lives I see broken and disintegrated as soon as they open their eyes to the light or even in the very womb of their mothers.
I am compelled to announce the Good News of the Kingdom of God,
Kingdom of peace and justice, Kingdom of life and love, to stop the relentless war between nations and races, the painful conflicts between children and parents. Then, their children would be like “new olive shoots around their table” (Ps 128:3), and their hearts would “overflow with more joy than for abundant corn and new wine” (Ps 4:8).
I feel the need to give my life and pour out my blood for all people equally, regardless of sex, race and social condition.

Jesus, only your Gospel possesses the strength and power necessary to transform the misery that today corrupts these environments into the energy which generates abundant life. I know that with the Gospel the light of day will penetrate many homes which were in darkness.


That's why I can say, without any fear of being pretentious
or of it being an abstract or unreasonable theory, that evangelising is for me a duty and a right, a joy and a complete and now irreversible dedication, as impossible for me to leave, as it would be for me to renounce living and renounce the fact that my brothers and sisters may have life and have it to the full.

Accompany me, Mary, with your most tender, motherly love, so that my consecration to the living Word of God and my preaching of it may be a continual propagation of God’s Life for all generations.

Amen
by Fr. Jaime Bonet, founder of Verbum Dei Missionary Fraternity




venerdì 26 febbraio 2010

Il sacrificio

Un uomo aveva due figli. (Lc 15, 11ss.)

La parabola del figliol prodigo, oggi diffusa con il nome più appropriato di "parabola del Padre misericordioso". Come si può non amarla?
La parabola descrive due atteggiamenti umani e la reazione di Dio a questi. Mettiamoci un po' nei panni di questi personaggi.

Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta.

Il teologo Kenneth Bayley ha condotto per 15 anni un'indagine nell'area mediterranea, includendo la Turchia, il Marocco etc, e domandando a gente di ogni ceto cosa significasse una simile richiesta. Significa che il figlio desidera la morte del padre; ma anche senza tanto livore, il figlio desidera indipendenza dal padre. Per lui questo padre non ha importanza: quello che conta è la grana, per il resto può far senza. Cos'è questo patrimonio che ha Dio, e del quale vogliamo avere la nostra parte?

E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.

Di nuovo è la necessità materiale a spingere il figlio minore a pensare al padre. La distanza che ha creato lo fa sentire indegno di essere considerato suo figlio: insomma, egli si rende conto di essere finito nel fango, se ne accorge. Così noi quando siamo nel fango ce ne accorgiamo, e in fondo disperiamo di aver a che fare di nuovo con Dio: pensiamo che ormai è passata, che i tempi in cui pregavamo non torneranno più. È una questione d'amore. Temiamo il rifiuto e non cerchiamo nemmeno più quel vecchio amico che non sentiamo da tanto.

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

Pensate un po' Gesù che immagine sceglie! Un padre scomposto, affettuoso, che non ripaga il figlio secondo le azioni di lui, ma secondo l'amore che prova per lui! Pensateci. Se il tuo dipendente si fa i fatti suoi magari lo rimproveri e lo licenzi; il padre invece non vede l'ora che il figlio ritorni!

Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare.

Quello che mi piace assai delle storie di Gesù è che sono umane! Sembra di sentire un fatto raccontato da mia sorella! Adesso pensate un attimo: il padre è contento, si fa festa; ma il figlio maggiore non condivide la gioia del padre, si arrabbia. Cominciamo già a sospettare che non sia unito davvero a lui: vivono insieme ma non si capiscono.

Il padre allora uscì a pregarlo. (sic!) Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.

Il figlio maggiore non ragiona così male. Quel figlio non merita alcuna festa. La meriterebbe lui, che si è sacrificato! Ma il Dono di Dio è tale perché non si merita: Se tu conoscessi il Dono di Dio...
Ma allora a che serve comportarsi bene? A conquistarsi il paradiso, no?

No.

Il paradiso non si conquista, non si scala. Lo si vive nel presente, lo si eredita amando. Ama, ed erediterai il paradiso. Il figlio maggiore non ama suo fratello, perché non gli perdona il tradimento; e non ama il padre, perché non gioisce con lui. Il figlio maggiore, come il minore, pensa: io lavoro e lavoro, e alla fine, quando mio padre schiatterà, erediterò la sua fortuna.
Pazzesco, no? Anche a questo figlio non importa del padre! Gli importa del suo patrimonio: uguale a quell'altro!
C'è da osservare che in questo tipo di parabole Gesù si riferisce sempre all'apertura della rivelazione ai gentili. Il figlio maggiore rappresenta il popolo dei giudei, e in particolare il fariseo. Ricorda infatti quel fariseo che si paragona al pubblicano, mettendo in evidenza i peccati di quello. Ma è proprio del demonio accusare i figli di Dio!
Chi si farà accusatore contro gli eletti di Dio? Guardiamoci dal puntare il dito contro gli altri! Lasciamolo fare al Diavolo, che lo fa di mestiere.

Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;

Questa è la Rivelazione: tutto ciò che è mio è tuo. L'eredità del padre è già nelle mani del figlio maggiore! Il capretto poteva prenderlo da sè e gioirne, perchè la festa della vita è vivere in comunione col padre! Non qualcosa di cui possiamo impossessarci indipendentemente da Lui, ma il fatto stesso di vivere amando, questa è la salvezza. Il figlio se ne è privato da sè, non il padre glielo ha impedito.

ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Ed ecco di che si tratta: è la vita quel patrimonio di Dio. Il peccato sta nel volerlo per sè, e allora si perde la Vita, si disperde. Il Dono di Dio è la Vita Eterna. Il figlio minore vorrebbe vivere la sua vita senza significato, ma una vita così è un porcile. Il figlio maggiore la vorrebbe anche lui tutta per sè, e per conquistarla si sacrifica. Ma questo sacrificio non è fatto per amore, e non vale nulla così.
Questa è l'essenza del peccato:

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!
Gn 3,1-4

Il serpente dipinge il divieto di Dio come una censura gravosa insopportabile; ma invece il giogo è leggero. Adamo ed Eva però desiderano per sè tutto, e così perdono la vita eterna.
Ma allora a che serve il sacrificio del fratello maggiore? A che serve il digiuno, la penitenza?

Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: «Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?».
Is 58, 2ss.

Qui Dio parla al popolo eletto, i giudei, non agli infedeli. Parla a chi lo cerca, a noi insomma.

Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?

Capito? Il digiuno non ha valore di per sè, rinunciare non serve se non per amore! Solo per amore! Allora il digiuno si trasforma in sacrificio, cioè sacrum facere. L'Amore è sacro.

Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!». Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all'affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.

La tua ferita si rimarginerà presto! Tanti cristiani hanno una vita arida, non hanno nulla di che lamentarsi, ma ancora hanno sete di Dio, ancora sono feriti, ancora soffrono. AMATE! Dice il Signore. Al Signore non importa di vederci mortificati, gli importa invece che sappiamo rinunciare al bene nostro per gli altri. È semplice, no? Come una madre che per allattare il bambino di alza nella notte. Questo è l'amore. Non serve studiare per capirlo.

Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua discendenza, perché tu ami il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima e viva.
Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.
Dt 30,6.11-14

Questo passo lo commenta S. Paolo stesso:

Mosè infatti descrive la giustizia che viene dalla legge così: L'uomo che la pratica vivrà per essa. Invece la giustizia che viene dalla fede parla così: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? Questo significa farne discendere Cristo; oppure: Chi discenderà nell'abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti. Che dice dunque? Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.
Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.
Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?
Rm 10, 5-11.14-15

Signore, nessuno di noi vorrebbe essere egoista. Abbiamo solo paura, paura di buttarci ed amare con tutto il cuore. Però tu ci capisci, tu sai che reagiamo così perché siamo stati feriti. Non ci piace soffrire, Signore, non piaceva neanche a te nel Getsemani. In fondo, Signore, è perché siamo limitati. Siamo piccoli e poveri, Padre. Abbi misericordia, tu conosci la nostra debolezza! Tu sai quanto è dura aver fede. I nostri occhi sono inondati dalla tua creazione, è difficile prestar fede a ciò che non vediamo.
Perché poi hai scelto di redimere il mondo nel sacrificio? Non c'era un'altra strada?
Ma tu puoi darci questa forza, Signore. Per questo lo Spirito si chiama "Il Consolatore", perché conosci la nostra afflizione. Mandaci questo Consolatore, Padre. Allora potremo godere anche nella tribolazione.
E questa è la tua volontà, Padre, in cielo come in terra. Sia santificato il tuo nome, Signore, nella nostra vita, attravero l'amore, il sacrificio e l'annuncio.
Amen