"Chi non ama è privo di motivazioni per osservare i comandamenti." S. Agostino
domenica 4 aprile 2010
Resurrezione e Speranza
C'é stato un tempo in cui abbiamo creduto di cambiare il mondo, e forse, se cristiani, di poter diventare Santi. Ci speravamo, eravamo pieni di energie. Però è chiaro che la vita quotidiana ci mette di fronte cose che prima non ci aspettavamo: impegni, delusioni, incertezze, esperienza, senso della misura. Abbiamo imparato che se una domenica non si va a messa non casca il mondo; che Dio ci rimette i peccati anche quando non siamo emotivamente presi; che anche l'aridità fa parte della vita spirituale.
È bene che abbiamo imparato tutto questo: siamo divenuti adulti. Ma se abbiamo dimenticato quello che a 20 anni credevamo, abbiamo perso la Speranza, siamo diventati vecchi.
SPERIAMO. Sogniamo il sogno di Dio, non abbandonianoci alla disperazione. Possiamo essere santi, proprio perchè abbiamo imparato che non siamo perfetti, proprio quando siamo stati delusi da noi stessi, da coloro che amiamo, dalla carriera, dal mondo, da tutto ciò che è mortale.
Tutto ciò che è mortale ci deluderà: denaro, amici, sposa persino. Noi riponiamo la nostra speranza in Dio, nostra roccia (Dt 32,4; Sal 72,26; Mt 7,24-27). Dio è l'unico che può mantenere le sue promesse, perchè ha il potere di farlo! Questo è l'unico investimento razionale, il resto passa e lo abbiamo sperimentato. Questa è la verità che vi farà liberi, perchè se non vi aspettate nulla da nessuno se non da Dio non verrete mai delusi.
Perciò se siete preoccupati del futuro, pregate. Non abbiate paura! (Mt 10,28) , Nulla ci separerà dall'amore di Dio! (Rm 8, 31ss) La nostra speranza è ben fondata (Tt, 1,2-3). Dove è il nostro tesoro è anche il nostro cuore (Lc 12,34): quando cerchiamo sicurezza in un lavoro, in una buona sistemazione, in un buon gruppo di amici, in tante cose buone e gradite a Dio, abbiamo perso la speranza. Quando desideriamo essere altrove, quando non ci accontentiamo delle cose terrene ma neppure aspiriamo a quelle celesti, quando la nostalgia pervade il nostro cuore e ci ostacola nell'amore, allora abbiamo smesso di sperare. Quando siamo scettici, quando siamo realisti, quando non crediamo di poter sedere alla mensa di Dio, quando ci siamo rassegnati dinanzi al fornello e al ferro da stiro: fratelli miei, siamo disperati, e non i soldi, non gli amanti, non gli amici, non un partito daranno vigore ai nostri sogni, ma solo Dio.
Signore, io non sono capace di affidarmi a te e di gettare le reti al tuo comando, perché non sono umile: ma spero mio Signore, spero nella tua parola. Spero che un giorno lo sarò, spero che potrò consegnarti il timone della barca, spero che potrò vantarmi delle mie debolezze, spero che potrò arrivare al sangue nella testimonianza di Cristo, spero di non vivere piú io, ma Cristo in me, spero che mi renderai capace di credere meglio, di sperare meglio, di amare meglio. Spero nella ricchezza là dove il ladro non arriva e la tignola non consuma, e l'unico modo di guadagnarla è darla via.
E ti ringrazio, Signore, perchè tolleri la mia disobbedienza e la mia disperazione, perchè ti nascondi al mio sguardo ma non mi perdi mai d'occhio, perchè mi hai amato, perchè tutto quello che ho tu me l'hai donato, e non posso vantarmene.
Sia fatta la tua volontà, Signore.
Amen
domenica 28 marzo 2010
La Pasqua
Dal momento in cui viene istituita, la Pasqua è una festa particolare: è una festa d'azione, e strettamente comunitaria.
Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d'Egitto: «Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. Non lo mangerete crudo, né bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore! In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dèi dell'Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d'Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne.Es 12, 1-14
Ma che strana! "Mangerete l'agnello coi fianchi cinti e i sandali ai piedi". Come fossero loro a dover "passare", perché la cinta e i sandali sono gli attributi del viaggiatore, di colui che esce di casa. Siate sempre pronti coi fianchi cinti e la lucerna accesa!
Il Signore ci chiede di vivere con attenzione. Di essere pronti al momento del suo passaggio nella nostra vita.
I padri della chiesa hanno visto in questo passo dell'AT la profezia della croce:
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d'Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un'asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l'asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.Qui Mosè (il mio eroe!) si incarica di costruire un serpente di bronzo affinchè gli israeliti morsi dal serpente si salvino guardando al monumento.Nm 21,6-9
Ora non so voi come ve l'immaginate, ma se uno mette un serpente di bronzo su un bastone appare più o meno così:
T
simile a una croce, insomma! A parte questa, che può essere una simpatica coincidenza, Gesù stesso dice: quando sarò sollevato da terra attirerò tutto a me. (Gv 12,32)
Chi guarda il monumento del serpente è salvo; chi ha lo sguardo rivolto alla croce è salvo! Ma perché?
Gesù è l'agnello il cui sangue segna la nostra salvezza. Dio ha dato il suo figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3, 16).
Chi guarda alla croce guarda al figlio di Dio.
Chi ha il figlio di Dio ha la vita, chi non ha il figlio di Dio non ha la vita. (1Gv 5, 12)
Dunque Dio in questa pasqua, e nella pasqua quotidiana, ci domanda: hai la vita? Se hai la Vita, dalla! Quest'acqua diventerà in te sorgente di vita eterna.
Se a questa domanda noi rispondiamo "No", non c'è da aver paura. Dio ci ha già fornito il mezzo per salvarci: guardiamo la croce.
Perchè la croce, perché il sacrificio? Nella croce noi guardiamo il peccato inchiodato, vediamo l'impotenza e la debolezza umana "monumentata". Gesù sulla croce è ridotto all'impotenza, si sente perduto e abbandonato. La croce è uno specchio della nostra malattia, della schiavitù che ci affligge come affliggeva gli israeliti in Egitto.
La salvezza ci giunge attraverso il passaggio (pasqua = passaggio) attraverso la croce. Questo è importante e distintivo del cristianesimo: altre religioni risolvono il problema del dolore con l'eliminazione dello stesso (es. attraverso l'eliminazione dei desideri nel buddismo); il Dio che noi conosciamo ci chiede invece di passarci.
Quando mi capita di soffrire, ecco vedo subito le mie debolezze, la dipendenza dagli altri, dal consenso, dalla comodità, la mancanza di obbedienza alla volontà di Dio, la mancanza di fede. Ciò non ostante mi resta una ripulsa atavica della croce, della sofferenza, dell'affrontare le asperità, che a volte mi fa disperare. E forse la disperazione è peggio del peccato stesso: il peccato ci allontana da Dio, ma non dal suo perdono. Se però disperiamo di essere salvati, allora rifiutiamo pure il suo perdono.
Non è che Dio goda nel vederci soffrire: Monsignor Comastri, nel commentare la frase "Dio mio, perché mi hai abbandonato", rileva un errore apostolico fatto nel passato nel presentare la passione di Cristo come un sacrificio a un Dio assetato di giustizia, che sta in cielo a guardare con le braccia conserte lo scempio del suo Figlio. Egli commenta che proprio in quel momento la Trinità e unita nella redenzione, e non separata, e propone che la frase di Gesù vada intesa non isolata, ma nel contesto da cui è presa, ossia il salmo 21, del quale riporto alcuni versetti che avvalorano l'ipotesi del Monsignore:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»:
sono le parole del mio lamento.
Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».
È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
Egli non ha disprezzato
né sdegnato l'afflizione del misero,
non gli ha nascosto il suo volto,
ma, al suo grido d'aiuto, lo ha esaudito.
Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra,
si prostreranno davanti a lui
tutte le famiglie dei popoli.
Poiché il regno è del Signore,
egli domina su tutte le nazioni.
E io vivrò per lui,
lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
«Ecco l'opera del Signore!».
Figlio, se ti presenti per servire il Signore,
prepàrati alla tentazione.
Abbi un cuore retto e sii costante,
non ti smarrire nel tempo della seduzione.
Sta' unito a lui senza separartene,
perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni.
Accetta quanto ti capita,
sii paziente nelle vicende dolorose,
perché con il fuoco si prova l'oro,
e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore.
Ebbene, guardiamo la croce. Gesù passa, è la Pasqua del Signore. Dobbiamo chiedere profondamente al Signore questa luce su di noi. Chiederla con fede. Guardare il crocifisso. Guardarlo negli occhi. Guardare negli occhi un malato, se lo visitiamo. Guardare negli occhi un povero, se gli facciamo l'elemosina. Guardare negli occhi un carcerato, se lo visitiamo. È difficile, non é vero? Io lo trovo difficile. La sofferenza fa paura a tutti. Ci costringe a vedere il nostro tesoro, e allo stesso tempo il nostro limite. Ci costringe a sentire su di noi il peso di un debito di grazia che non potremo mai saldare.
Prepariamoci a questa Pasqua cercando gli occhi di Gesù sulla croce. Se il suo sguardo ci dà serenità, se sentiamo che ci ha dato la vita, comunichiamola. La Pasqua è comunità, è popolo di Dio in cammino.
I nostri talenti sono per Lui. Nient'altro che Dio è degno dei doni che Egli ci ha fatto.
Perché, Signore, questo a volte lo sento, altre volte svanisce? Cosa determina la Fede, cosa la sfiducia? Cosa la Speranza, cosa la disperazione?
Sono bagliori di grazia che penetrano il velo dell'umanità come attraverso squarci. Quanto è umano, fisico, terreno, attira lo sguardo e impedisce di mettere a fuoco il divino. Adesso vediamo come in uno specchio, vagamente; ma un giorno vedremo pienamente e conosceremo completamente, come siamo conosciuti. Cerco certezze, e le cerco nei sensi. Anche le certezze sono una ricchezza che allontana dal Regno di Dio. Le certezze dei sensi nel mio cuore diventano un tesoro, che obnubila il riconoscere la debolezza umana, e là dove c'è forza tu, Dio, non entri. Poichè sei venuto per i malati, non per i sani.
Nella povertà hai scelto di manifestarti, poichè dal nulla hai creato la terra, dai fianchi di una sterile e di una vergine hai tratto Giovanni e Gesù, da un popolo minuto hai tratto la chiesa, dai deboli hai tratto i santi.
Signore ti prego di darmi la forza per questo passaggio, di farmi sentire nel cuore la tua presenza come hai fatto con Gesù, che umanamente si è sentito solo di fronte alla sofferenza e alla morte, e divinamente ha trovato in te il suo conforto, fino a dirti con fiducia: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito". A volte penso con desiderio alla tua pace eterna, come forse ci ha pensato anche Gesù quando ti ha chiesto di allontanare da lui il calice dell'umiliazione che lo attendeva; ma ha poi concluso che altra era la tua volontà.
Ti prego, Signore, accendi nel mio cuore la fede che proprio questa è la tua volontà, lasciami vivere con fede questo passaggio e questa pasqua. Amen
sabato 20 marzo 2010
Nozze
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.1Cor 13, 1-8a
Due amici hanno scelto questo passo e il brano del vangelo sotto riportato per il loro matrimonio - e anche per la loro vita insieme.
Certo, è così: uno può possedere tutto, può raggiungere il più strepitoso successo lavorativo e la massima reputazione - ma senza l'Amore la Vita sarebbe vuota. È proprio una questione concreta. Benchè sia un inno, qui non si parla dell'amore in modo astratto o lirico, ma piuttosto in modo del tutto realistico e "coi piedi per terra". Anche io ho sperimentato come la forza d'animo, che uno magari attribuisce al carattere e alla formazione di una persona, dipenda in realtà da questa (e altre...) sicurezza:
"Accanto a me c'è una persona che mi ama, che mi aspetta, che divide la sua Vita con me".
L'Amore si compiace della verità
E questo contraddice quanto si dice dell'amore, che accechi: anzi, l'Amore dona la vista; io gioisco dell'altro per come egli/ella è. Non dobbiamo ingannarci l'un l'altro. Non mi costruisco dell'altro alcuna immagine a cui questi debba corrispondere, bensì mi lascio sorprendere, e persino mettere in discussione dal partner - dai suoi pregi e dai suoi difetti.
Tutto spera l'Amore
L'Amore non giunge mai a compimento. Non dobbiamo prometterci il Paradiso in terra l'un l'altro! È anche possibile lasciare alcuni desideri in attesa di essere esauditi! Il matrimonio è una spedizione esplorativa dell'altro che dura tutta la vita; non solo dell'altro, ma anche di sè stessi. Questa missione è compiuta solo alla fine della nostra vita, al cospetto di Dio.
La carità non avrà mai fine.Dinanzi a questa affermazione c'è da esitare. L'amore umano, infatti, può finire, è limitato. Ma è proprio con questa affermazione che giungiamo al vero fondamento del matrimonio cristiano.
È l'Amore di Dio che non vedrà mai fine, un amore sconfinato che Dio serba per noi. L'anello che gli sposi si infilano, e che in effetti non ha principio nè fine, simbolizza innanzitutto l'Amore di Dio e la promessa di amarsi.
«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.Gv 15, 1-3.5-10.12-17
Qui si tocca l'esperienza che gli sposi hanno sperimentato a modo loro: non una decisione autonoma conduce l'uno all'altro; allo stesso modo, non è una scelta autonoma quella che conduce uno alla fede - è una sorta di scelta: uno viene scelto, guidato, chiamato. Allo stesso modo gli sposi si sono cercati l'un l'altro nel corso del loro cammino - e in questo hanno pure sperimentato la guida e la "scelta", per così dire, di Dio.
Una volta ero a Berlino, per andare il giorno successivo a una conferenza lí vicino. Ho dormito in una stanza messa a disposizione da una parrocchia protestante, il cui sacerdote é il padre di un mio amico (come appunto puó succedere... ;)).
Ho pregato su questo passo di Giovanni, che racchiude una vera e propria summa della vita cristiana. La Parola é lo strumento con cui il vignaiolo forgia lo spirito a immagine e somiglianza di Dio (siete mondi per la parola che vi ho annunziato; la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Eb 4, 12); la Caritá é ció che ci mantiene nell'amore di Dio (seguire i miei comandamenti = amatevi gli uni gli altri). La Fede é concessa a coloro che restano nell'amore di Dio (se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete ció che volete e vi sará dato). Questo per me è molto significativo: non è che Dio esaudisce i desideri di chi ha Fede. Se così fosse di fatto farebbe preferenze. Dio dà la Fede a chi lo cerca, tramite la preghiera e l'ascolto della Parola. Poi con la Fede si possono fare molte cose ma la principale non sono i miracoli, e non è - secondo me - morire per Dio.
Per qualunque ideale si può morire e subire torture orribili, come tanti eroi nella storia hanno fatto. Ma la Fede dà piuttosto il coraggio di vivere. E questo è molto speciale.
Soprattutto questo si esplica nella risposta alla chiamata di Dio, la vocazione matrimoniale o sacerdotale. La vocazione non è una gara di resistenza, ma il mattone che mettiamo nella Storia della Salvezza nel tentativo di costruire il migliore dei mondi possibili. È l'abito tagliato su misura per le nostre capacità d'amare.
Signore, ti prego con fiducia per gli amici che oggi hai unito in matrimonio, perché possano vivere la tua chiamata in tutta la sua grandezza, profondità, altezza e intensità. Perché non sentano mai di possedere questa scelta, ma ricordino sempre che tu li hai uniti e che nessuno li separerà mai. Perché ricordino che è stata una scelta fatta per te, con te e in te. Perché rimangano, e rimaniamo tutti nel tuo amore. Perché io e mia moglie, che condividiamo la stessa vocazione, possiamo insieme a loro essere una comunità unita nel tuo nome, in grado di renderti visibile al mondo, in grado di incarnare di nuovo l'unione sponsale tra te e l'umanità, come già è stato nel corpo e nel sangue di Cristo.
Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra. Amen